Consulta l'Inventario
Ricerca completa

 

Reliquie dei Ss. Carlo Borromeo, Vincenzo de Paoli, Pasquale Baylon, Giacinto, Giuseppe da Copertino, Giuseppe d'Arimatea, Nicodemo, Venanzio martire, Francesco Saverio, Vincenzo Ferrer, Gennaro vescovo e martire, Gerardo vescovo, Simeone profeta, Nicola vescovo, Domenico, Valente martire, Pietro martire
Datazione 1793
Tipo: (R) Reliquie
Inventario: R249
Vecchio inventario:
Materiale: Ottone, vetro, cartoncino, seta, filo dorato, carta dorata e metalizzata, carta, cera lacca
Tecnica: Ritaglio, saldatura, cesello, incollaggio
Descrizione:

Teca ovale d'ottone costituita da un contenitore anteriore, con cornice -falda munita di occhiolo di sospensione e vetro, e da un coperchio posteriore. Racchiude un vassoietto di cartoncino ricoperto di seta bianca con sovrapposti due ovali concentrici di petali di seta rosa orlati da passamano dorato e fiori e fogliette di carta dorata e carta colorata e metallizata, sui quali sono incollate le reliquie con i cartellini che portano le iscrizioni manoscritte: 1) S. Caroli Borom:, 2) S. Vincentij a Pau:, 3) S. Paschalis Bajlon, 4) S. Jacinthi Con:, 5) S. Josephi a Coper:, 6) S. Joseph: a Ari:, 7) S. Nicodemi Con:, 8) S. Venantij M., 9) S. Francisci Xav:, 10) S. Vincentij Fer / 11) S. Januarij Ep: M, 12) S. Gerardi Sag: Ep, 13) S. Dominici Conf:, 14) S. Petri Mar., 15) S. Valentini Pre: M, 16) S. Nicolai Ep: Con., / 17) S. Simeonis Proph.
Sul verso del vassoio vi è il sigillo ceruleo del vescovo di Fidenza Gaetano Camillo Guindani, che redasse la fede di autenticità (inv. n. G163), dalla quale si evince che le reliquie erano già state riconosciute dal predecessore Luigi Sanvitale. Il reliquiario è però già indicato nell'elenco del 1793 delle reliquie donate dal commendatario della chiesa al curato di Cabriolo (inv. n. G180).
GG

Descrizione:

Note storiche
Carlo Borromeo (vedi inv. n. R60)
Vincenzo de Paoli (vedi inv. n. R43)
Pasquale Baylon (vedi inv. n. R245)
Giacinto (vedi inv. n. R196)
Giuseppe da Copertino (vedi inv. n. R19)

Giuseppe d'Arimatea
Gli unici riferimenti storici si desumono dai quattro Evangeli quando narrano la deposizione e la sepoltura di Gesú. Originario di Arimatea, di condizione agiata, era un discepolo di Gesú, ma come Nicodemo aveva nascosto la propria fede per paura dei Giudei fino al periodo della Passione. Durante il processo a Gesù aveva osato dissentire dai suoi colleghi non approvando le risoluzioni e gli atti del Sinedrio. Maggior coraggio dimostrò dopo la morte del Maestro, quando, come dice Marco, si presentò a Pilato per ottenere la sua salma e darle degna sepoltura, impedendo che fosse gettata in una fossa comune. Secondo quando detto in Mt. (27, 59), aveva comprato una bianca sindone e assieme a Nicodemo, preso il corpo di Gesú, lo avvolsero in bende profumate e lo deposero nel sepolcro nuovo, scavato nella roccia, che Giuseppe si era fatto costruire nelle vicinanze del Calvario. Qui finisce la storia, ma il personaggio non fu trascurato dagli apocrifi. Nello Pseudo-Vangelo di Pietro (sec. II), Giuseppe avrebbe chiesto a Pilato il corpo di Cristo ancora prima della Crocifissione. Ricchi di racconti fantastici sono gli Atti di Pilato o Vangelo di Nicodemo (sec. V), in cui si dice che i Giudei avrebberro rimproverarono a Giuseppe il suo comportamento in favore di Gesú e, per questo, fu imprigionato e, miracolosamente liberato, fu ritrovato poi ad Arimatea. Ancor piú singolare è il racconto della Vindicia Salvatoris (sec. IV?). In essa, Tito, figlio dell'imperatore Vespasiano, sarebbe partito da Bordeaux con un esercito per recarsi in Palestina a vendicare la morte di Gesú e, occupata la città, trovò l'arimateo in una torre, dove era stato rinchiuso dai Giudei perché morisse di fame e di stenti; ma era sopravvissuto per nutrimento celeste. Anche Gregorio di Tours menzionò questa prigionia, mentre per altre leggende d'origine orientale Giuseppe sarebbe stato il fondatore della Chiesa di Lydda. Nell'ambiente francese ed inglese dei secc. XI-XIII la leggenda si colorí di nuovi particolari andandosi a confondere nel ciclo del Santo Graal e di re Artú. Prima di seppellire Gesú, Giuseppe avrebbe lavato il corpo tutto cosparso di sangue, conservando quest'acqua e sangue in un vaso, che poi divise con Nicodemo. Il recipiente si tramandò da Giuseppe ai suoi figli e per varie generazioni, fino a venire in possesso del patriarca di Gerusalemme, il quale nel 1257, temendo cadesse in mano ai musulmani, lo consegnò ad Enrico III d'Inghilterra. Altre leggende riferiscono che Giuseppe, con il prezioso reliquiario, avrebbe peregrinato per evangelizzare la Francia (alcuni racconti dicono che sarebbe sbarcato a Marsiglia con Lazzaro e le sue sorelle Marta e Maria), la Spagna (dove sarebbe andato con s. Giacomo, che lo avrebbe creato vescovo!), il Portogallo ed infine l'Inghilterra. Qui il vaso (il Santo Graal) sarebbe stato smarrito e solo un cava]iere senza macchia e senza paura l'avrebbe ritrovato. Questa leggenda fa parte del ciclo di Lancillotto e specialmente della Este ire du Graal, che non è altro che una versione in prosa del poema di Roberto di Boron. Forse la diffusione della leggenda in Francia si collega anche alla narrazione riguardante le ossa di Giuseppe. Un racconto del sec. IX riferisce che il patriarca Fortunato di Gerusalemme, per non essere catturato dai pagani, sarebbe fuggito in Occidente al tempo di Carlo Magno portando con sé le ossa di Giuseppe d'Arimatea; nel suo peregrinare si sarebbe fermato nel monastero di Moyenmoutier, divenendone abate e dove le reliquie del santo sarebbero state poi trafugate dai canonici. Il culto piú antico sembra però stabilito in Oriente. In alcuni calendari georgiani del X sec. la festa era menzionata il 30, 31 agosto o anche la terza domenica dopo Pasqua. Per i Greci invece la commemorazione era il 31 luglio. In Occidente fu venerato a Glastonbury (Inghilterra), ove, secondo una tradizione, avrebbe fondato il primo oratorio. Nel Martirologio Romano fu inserito al 17 marzo dal Baronio, perché i canonici della basilica vaticana veneravano  un braccio del santo, proprio il 17 marzo, ma la più antica documentazione di questa reliquia era uno scritto del 1454.

Nicodemo
Di Nicodemo parla s. Giovanni nel suo Evangelo: era Dottore della Legge e membro del Sinedrio. In occasione della Pasqua, Gesù era venuto a Gerusalemme operando vari miracoli, e Nicodemo impressionato da ciò, lo andò a trovare di notte per avere un incontro chiarificatore. Poi lo si ritrova che richiama i componenti del Sinedrio, quando cercano di impossessarsi violentemente di Gesù, ad agire con saggezza, ad ascoltare una persona prima di condannarla. Infine è menzionato sul Golgota, insieme a Giuseppe d’Arimatea, che provvede alla sepoltura di Gesù dopo la crocifissione, portando “circa cento libbre di mirra e di aloe” per la preparazione del corpo. Secondo storie leggendarie, sarebbe stato battezzato dagli Apostoli Pietro e Giovanni e per questo maltrattato e scacciato dai Giudei. Secondo alcuni racconti un parente, chiamato Gamaliele, lo avrebbe accolto nel suo possedimento di Kêfaz-Gamla, dove dopo un certo tempo morì e lì sepolto, sendo altri  sarebbe invece stato ucciso senza l'intervento di Gamaliele.  Nel 415 un prete, Luciano, ne avrebbe scoperto le reliquie insieme a quelle di s. Stefano. Il suo ricordo nei ‘Martirologi’ al 3 agosto è dovuto alla ricognizione delle reliquie, insieme a quelle dei ss. Stefano, Gamaliele e Abibo; nei menologi bizantini è ricordato il 15 settembre. Una tradizione attribuisce a Nicodemo l'esecuzone a Gerusalemme del Crocifisso ligneo, chiamato il ‘Volto Santo’,  venerato a Lucca.

Venanzio di Camerino
Secondo una ‘passio’, riportata negli ‘Acta SS.’ già nel secolo XI e integrata nei secoli successivi con una fuga da Camerino, per sottrarsi ai persecutori attraverso la Valnerina a Rieti e di lì a Raiano (L’Aquila), sarebbe stato nativo di Camerino. Fattosi cristiano, avrebbe lasciato quindicenne le comodità in cui era cresciuto per andare a vivere presso il prete Porfirio. Ricercato dalle autorità e minacciato di torture e di morte se non fosse tornato al culto degli dei, si sarebbe rifiutato. Sottoposto a flagellazioni e varie torture ne sarebbe uscito incolume, provocando la conversione fra i curiosi e gli stessi persecutori. Nuovamente imprigionato e torturato, sarebbe stato gettato in un letamaio, ma resistendo ancora sarebbe stato dato in pasto a cinque leoni affamati, accucciatisi inoffensivi ai suoipiedi. Incarcerato nuovamente, avrebbe ridato la salute  la salute del corpo e dell’anima a numerosi malati, convertendoli al cristianesimo. Esasperato, il prefetto della città l'avrebbe fatto gettare dalle mura, ma ancora una volta sarebbe stato ritrovato salvo, mentre cantava le lodi a Dio. Nuovamente torturato, sarebbe stato decapitato assieme ad altri dieci cristiani nel 251, sotto l’imperatore Decio, o nel 253, sotto l’imperatore Valeriano. Sarebbe stato sepolto fuori della Porta Orientale, sul declivio Est del colle a 500 metri dalle mura, sul quale fu edificata una basilica (sec. V), che venne più volte riedificata nei secoli successivi, ed è tuttora sede dell’’Arca del santo’. Il suo culto è attestato nelle formule d’invocazione e nelle litanie dei santi dei vescovi camerinesi del 1235 e 1242, nei libri liturgici locali dei sec. XIV e XV, in sigilli e monete coniate con la figura del santo, in diverse chiese sparse nel territorio. Dalla fine del ‘200, subentrò come protettore della città di Camerino al santo vescovo Ansovino (m. 868). Nel 1259 durante la distruzione e il saccheggio della città da parte delle truppe di Manfredi, le sue reliquie furono asportate e depositate nel Castel dell’Ovo a Napoli; furono restituite nel 1269, per ordine di Clemente IV.  La sua memoria si celebra il 18 maggio.

Francesco Saverio (vedi inv. n. R198)
Vincenzo Ferrer (vedi inv. n. R138)
Gennaro (vedi inv. n. R66)


Gerardo Sagredo
Nacque a Venezia, in un anno imprecisato intorno al 980, il 23 aprile, da una famiglia oriunda della Dalmazia, che secondo una tradizione cinquecentesca discendeva dalla stirpe Sagredo, e gli fu imposto il nome Giorgio. Entrò nel monastero benedettino di S. Giorgio all’Isola Maggiore di Venezia e in ricordo del padre da poco deceduto, prese il nome di Gerardo. Dopo alcuni anni divenne priore e poi abate, ma poi rinunciò alla carica, è andare in pellegrinaggio in Palestina. Partito con una nave, giunse fino a Zara, da dove invece di proseguire per la Terra Santa raggiunse l’Ungheria dove si stabilì. Ebbe l’incarico di “magister” del principe Emerico, figlio di Stefano I ‘il santo’ (969-1038), primo re d’Ungheria, e in seguito si ritirò a Bakonybél per vivere da eremita. Ma dopo un po' di tempo, il re Stefano lo richiamò dall’eremo affidandogli il vescovado di Csanád. Partecipò attivamente all’opera d'evangelizzazione del popolo magiaro voluta dal re, tanto da meritarsi il titolo di apostolo dell’Ungheria. Scrisse varie opere, ma allo stato si conosce solo il Commento a Daniele. Morì il 24 settembre 1046 alla porta di Pest, sulla riva destra del Danubio, per mano d'un gruppo di pagani, che lo spinsero giù dal monte Kelen, cui poi fudato il suo nome. Ebbe un culto ufficiale dal 1083 con l’approvazione di papa Gregorio VII. È patrono d'Ungheria e la sua memoria si celebra il 24 settembre.


Simeone profeta (?)
Nicola di Mira - di Bari (vedi inv. n. R112)
Domenico di Guzman (vedi inv. n. R189)
Valente (?)

Pietro
Sono molti i martiri con questo nome ed è impossibile identificarlo con la sole indicazioni del cartiglio e della fede d'autenticità, anche se è probabile si possa trattare di Pietro da Verona, martire domenicano, che si ricorda il 4 maggio (vedi inv. n. R270).

Misure: 12,6 x 9,1 x 2,02 cm
Stato Conservazione: Discreto
Acquisizione: Deposito
Provenienza: Parrocchia di S. Tommaso Becket di Cabriolo
Esposizione: No
Epoca: Sec. XVIII
Peso: 126,7 gr


Vedi informazioni complete sull'opera (accesso riservato)
 

© copyright: Fondazione Monte di Parma e Museo del Duomo di Fidenza - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy
e-mail: museodelduomo@diocesifidenza.it

english version