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Reliquie dei Ss. martiri Alessandro papa, Giovanni Nepomuceno, Stefano, Policarpo, Placido monaco, Cristoforo, Vito, Antonino, Giustina e Lorenzo
Datazione Sec. XVIII - XIX
Tipo: (R) Reliquie
Inventario: R140
Vecchio inventario:
Descrizione: Teca ovale d'argento costituita dal contenitore anteriore (manca il coperchio posteriore) con cornice lavorata a zig zag, falda e vetro. Racchiude un vassoietto di cartoncino colorato di rosa, con cornice e divisioni a volute di carta dorata con un inserto di spirale argentata, sul quale sono incollate le reliquie ed i cartigli con le iscrizioni manoscritte: 1) S. Alexand. P.M. 2) S. Ioan. Nep. M. 3) S. Stephani Pro.M. 4)S. Policarpi E.M. 5) S. Placidi Mon. 6) S. Christoph. M. 7) S. Viti M. 8) S. Antonini M. 9)  S. Iustinaa V.M. 10) S. Laurent. M..
Dalla fede di autenticità redatta dal vescovo di Fidenza Pietro Grisologo Basetti (inv. n. G64), si evince che le reliquie erano già state riconosciute dal predecessore Alessandro Garimberti.
GG
Descrizione:

Note storiche
Alessandro I papa
Nel Liber pontificalis è detto «natione Romanus, ex patre Alexandro, de regione caput Tauri». L'indicazione topografica allude alla zona vicina a S. Bibiana, all'estremità della V regione Augustea, dove L. Statilius Taurus, console nel 44 d.C., eresse i suoi horti e il suo forum e nel Medioevo fu detta Taurina la porta S. Lorenzo. Eletto successore di Evaristo, il suo pontificato andrebbe dall'anno 105 al 115. Quindi è indicato il suo martirio, avendo a compagni «Eventius presbiter et Theodolus diaconus»; sepolto sulla «via Numentana, ubi decollatus est, ab urbe Roma non longe, milliario VII, nonas mai», cioè il 3 maggio.
Il Martyrologio geronimiano alla stessa data segna: «Romae via Nomentana, miliario VII, natale sanctorum Eventi, Alexandri, Theodoli». Manca ogni indicazione di episcopi, che dà sempre ai papi, e non lo mette al primo posto; queste due circostanze fecero dubitare al Fiorentini dell'identità del papa e del martire.
Nell'itinerario del VII sec. inserito da Guglielmo di Malmesbury nei Gesta Regum Anglorum, fuori della porta Nomentana è segnat «In septimo miliario eiusdem viae sanctus papa Alexander, cum Eventio et Theodolo pausant». Questa notizia dipende dalla passio, come pure dalla passio dipende il Liber pontificalis. La passio fa i due compagni di Alessandro ambo presbyteri. Tutti sarebbero stati sepolti da Severina, moglie del comes Aureliano che li aveva condannati, «in septimo milliario ab urbe Roma via Numentana in praedium suum, Eventium et Alexandrum in uno posuit monumento, Theodolum vero solum in loco altero sepelivit». La passio non ha valore storico, ed è ritenuta dal Duchesne non anteriore al sec. VI; vi si parla anche dei martiri Ermete, Quirino tribuno e di sua figlia Balbina. Ma le indicazioni topografiche e l'unione dei tre nomi che ricorrono sia nel Liber pontificalis che nel Martyrologio geronimiano, nella passio e nell'itinerario detto Malmesburiense sono risultate esatte quando, nel 1855, si scoprì al VII miglio della via Nomentana un cimitero e un complesso basilicale con due tombe venerate. Sulla prima era stato eretto un altare con l'iscrizione: ...ET ALEXANDRO DELICATVS VOTO POSVIT DEDICANTE AEPISCOPO VRS(O). L'Ursus fu identificato dal Duchesne con il vescovo di Nomentum di tale nome, ricordato in una lettera del papa Innocenzo I (401-417). L'iscrizione è, dunque, dell'inizio del sec. V e dimostra che Alexander è nominato per ultimo, senza alcuna dignità gerarchica, rafforzando i dubbi espressi dal Duchesne. Il cimitero e i monumenti in esso contenuti non permettono in alcun modo una datazione così remota, come l'età di Traiano, ma si tratta d'un cimitero locale, iniziato non prima della seconda metà del sec. III.  È patrono di Barrafranca (EN) e la sua memoria si celebra il 3 maggio.
Giovanni Nepomuceno
Nacque nel 1330 a Napomuk, in Boemia. Cominciò gli studi ecclesiastici nella città di Praga e vi fu consacrato sacerdote. Si diede con zelo alla predicazione e il re Venceslao lo volle come predicatore di corte. Fu nominato canonico della cattedrale e l’imperatore lo propose alla sede vescovile di Leitometitz. Spaventato di tanti onori e responsabilità, riuscì a persuadere il sovrano a ritirare la sua proposta. La moglie di Venceslao, Giovanna di Baviera, conosciutolo, lo prese per suo confessore e direttore spirituale. La regina passava ore intere dinanzi al Santissimo, ma il re sospettava che gli fosse infedele e la tormentava spesso per conoscere ciò che esisteva solo nella sua mente. Risultate infruttuose le sue investigazioni, e non essendo ancora convinto dell’innocenza della consorte, decise d'interrogare il suo confessore e farsi rivelare da lui, o per amore o per forza, quanto la regina gli diceva in confessionale. Chiamatolo lo interrogò in belle maniere e con promesse di onori gli intimò di parlare. Giovanni rispose con coraggio che non poteva obbedire. Fu più volte minacciato, ma si mostrò inflessibile. All’ennesimo rifiuto il re ordinò di gettarlo nella Moldava. Fu condotto di notte sul ponte della città e, tra il sesto e il settimo pilastro, venne gettato nella corrente. Il mattino seguente vicino alla sponda del fiume galleggiava un cadavere circondato da una luce misteriosa. Fu tratto alla riva e si riconobbe il confessore. Tutta la città fu sottosopra appena chiarito il mistero e conosciuto l’autore del misfatto. Con una processione, il corpo fu portato alla vicina chiesa di S. Croce. Era l’anno 1383. La su festa è il 16 maggio.
Stefano (vedi inv. n. R98)
Policarpo
Nato da una famiglia di Smirne, fu istruito nella fede da «molti che avevano visto il Signore», e «fu dagli Apostoli stessi posto vescovo per l’Asia nella Chiesa di Smirne». Così scrisse di lui Ireneo, suo discepolo e vescovo di Lione, in Gallia. Nel 107 fu testimone del passaggio per la sua città di Ignazio, vescovo di Antiochia, che, secondo il decreto d'una persecuzione locale, veniva portato sotto scorta a Roma, dove subì il martirio. Policarpo lo ospitò durante la sosta, e più tardi Ignazio gli scrisse una lettera. Nel 154 si recò a Roma in tutta tranquillità, per discutere con papa Aniceto (di origine probabilmente siriana) sulla data della Pasqua. Da Lione, Ireneo, li esortò a non rompere la pace fra i cristiani su questo problema. Roma celebrò la Pasqua sempre di domenica, e gli orientali sempre il 14 del mese ebraico di Nisan, in qualunque giorno della settimana cada. Aniceto e Policarpo non riuscirono a mettersi d’accordo, ma trattarono e si separarono in amicizia. Per il cristiani il periodo fu relativamente tranquillo, salvo persecuzioni locali, come quella che scoppiò a Smirne, dopo il ritorno di Policarpo da Roma, regnando l’imperatore Antonino Pio. Undici cristiani erano già stati uccisi nello stadio quando un gruppo di facinorosi vi portò anche il vecchio vescovo (aveva 86 anni), perché il governatore romano Quadrato lo condannasse. Quadrato voleva risparmiarlo e gli chiese di dichiararsi non cristiano, fingendo di non conoscerlo. Ma egli rispose tranquillo: «Tu fingi di ignorare chi io sia. Ebbene, ascolta francamente: io sono cristiano». Rifiutò di difendersi di fronte alla folla, e si arrampicò da solo sulla catasta pronta per il rogo. Non volle che lo legassero. Venne poi ucciso con la spada il 23 febbraio 155, verso le due del pomeriggio. Ce lo fa sapere il Martyrium Polycarpi, scritto da un testimone oculare in quello stesso anno ed è la prima opera cristiana dedicata unicamente al racconto del supplizio d'un martire, ed è la prima a chiamare martire (testimone) chi muore per la fede. Tra le lettere di Policarpo alle comunità cristiane vicine alla sua, si è conservata quella indirizzata ai Filippesi, in cui ricorda la Passione di Cristo. La sua memoria è il 23 febbraio.
Placido Monaco
Fu, con Mauro, discepolo di San Benedetto. Dei due, era forse il più giovane: poco più che un fanciullo, quando venne posto sotto la guida dell'Abate Benedetto. Per questo viene considerato quale Patrono dei novizi che si preparano alla professione religiosa nei monasteri benedettini. La sua esistenza è nota per il celebre episodio miracoloso del suo salvataggio dalle acque d'un lago, narrato da San Gregorio Magno nei suoi Dialoghi. Fu invocato per tutto l'Alto Medioevo come 'Confessore' e venne trasformato in Martire alla fine dell'XI secolo. Un fantasioso biografo compose infatti un falso racconto della sua Passione, sofferta in Sicilia, per opera dei Saraceni. Ma è un'invenzione che contrasta non soltanto con la realtà storica, ma anche con il carattere stesso della santità di Placido, umile e obbediente, pacifico e nascosto. Ignorato dal Calendario universale della Chiesa, la sua memoria è ricordata invece dal Martyrologio Romano il 5 ottobre.
Cristoforo (vedi inv. n. R129)
Vito (vedi inv. n. R254)
Antonino di Apamea
La sua passio è andata persa, ma per ricostruirla bastano le notizie che rimangono nei sinassari. Nacque ad Aribazos nella Siria Seconda. Scalpellino di mestiere, passando un giorno in una località vicino Apamea di Siria, sul fiume Oronte, rimproverò i pagani che adoravano i loro idoli. Trascorse poi due anni presso un anacoreta di nome Teotimo, ritornando quindi presso Apamea e rivelando uno zelo che rasentava l’imprudenza, entrò nel tempio frantumando gli idoli e provocando così l’ira dei pagani, che lo percossero. Il vescovo di Apamea gli chiese di costruire un chiesa in onore della SS. Trinità, ma dopo aver iniziato il lavoro fu assalito dai pagani, che si ritenevano offesi dalla sua sfuriata e l’uccisero. Il suo corpo sarebbe stato smembrato e poi sepolto in una caverna ad Apamea, sulla quale il vescovo fece costruire una basilica a lui dedicata, che fu poi distrutta  da Cosroe II re di Persia († 628) nel VII secolo; questa basilica era già nota nel 518, menzionata negli atti di un Concilio della Siria.
Le sue reliquie, che sarebbero state portate da un certo Festo, nella Noble-Val in Francia,dopo la distruzione di Apamea (540); da qui alcune reliquie passarono a Pamiers e altre ancora trasferite a Palencia in Spagna. Col passare del tempo gli abitanti di Pamia (Pamiers), perduta la memoria della traslazione da Apamea, videro in Antonino un santo locale, discendente di re Goti, diventato prete, che evangelizzò Tolosa ed altre città e ritornato a Pamiers fu ucciso dai concittadini; questa credenza ha fatto sì che il martire venga chiamato anche s. Antonino di Pamiers. Tutti i ‘martirologi’ e ‘sinassari’ antichi lo riportano nei loro elenchi in date diverse; quello ‘Romano’ seguendo il ‘Geronimiano’ lo cita al 2 settembre, ma anche al 3.
Giustina
Le sue notizie biografiche non sono piú antiche del sec. XI. Venanzio Fortunato la ricorda piú volte nelle sue opere: «Si Patavina tibi pateat via, pergis ad urbom; huc sacra Iustinae, rogo, lambe sepulcra beatae»; «Justina Patavi, Euphemiam huc Calchedon offert». Sarebbe appartenuta ad una distinta famiglia padovana e arrestata per la fede, durante la persecuzione di Diocleziano, fu condotta al tribunale di Massimiano. Non riuscendo a farla apostatare, il giudice la condannò alla pena capitale, eseguita nel 304. Il corpo della martire fu sepolto fuori del pomerio, ad oriente della città, nei pressi del teatro romano. La basilica costruita da Opilione sul sepolcro di Giustina si conservò fino al 1117, quando un terremoto la distrusse completamente. I monaci benedettini che già officiavano la chiesa, forse fin dal sec. VIII, la ricostruirono meno splendida della prima; ma, sorta e rapidamente propagatasi la Congregazione Benedettina di S. Giustina, fondata nella chiesa della santa da Ludovico Barbo nel 1418, i monaci costruirono in onore della martire un tempio piú degno che, iniziato nel 1521, fu completato nel 1587. Sotto l'altare maggiore della chiesa, nel 1627 fu collocato il corpo di Giustina in una doppia cassa di piombo e di cipresso coperta da un velo d'oro. Le piú antiche testimonianze del suo culto risalgono al sec. V; a Rimini in un'iscrizione del sec. VI-VII, e, a Como, il vescovo Agrippino le dedicò un oratorio nel 617 come ricorda l'iscrizione dedicatoria: "Agripinus famulus Christi, Com[ensis] Civitatis episcopus hoc Oratorium s[an]ctae Justinae martyris anno X ordinationis suae a fondamentis fabricavit et sepulturas ibi ordenabit et in omni explebit, ad glo[riam] dicabit". Il maggiore sviluppo in Italia e in Europa si ebbe però con la diffusione della Congregazione Benedettina di S. Giustina (sec. XIII), che elesse la martire come sua speciale patrona, insieme con s. Benedetto. Nel 1571, dopo la vittoria di Lepanto riportata nel giorno festivo della santa, Venezia la elesse a speciale patrona di tutti i suoi domini. Da allora, a perenne riconoscenza, si cominciarono a coniare le Giustine fino alla caduta della repubblica, con il motto: Memor ero tui Justina Virgo. Dal 1919 a Padova è stato riaperto al culto un monastero benedettino dedicato alla santa martire. La sua memoria è celebrata il 7 ottobre.
Un'altra "vergine martire" con lo stesso nome, il cui corpo si conserva dal 1808 a Bellusco (MI), era festeggiata il 27 luglio e dal 1816 lo è la prima domenica di settembre.
Lorenzo (vedi inv. n. R24)

Misure: 5,5 x 4,66 x 1,1 cm
Stato Conservazione: Discreto
Acquisizione: Deposito
Provenienza: Cattedrale di Fidenza
Esposizione: No
Epoca: Sec. XVIII - XIX
Peso: 17,8 gr


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