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Reliquie dei Ss. martiri Timoteo, Marco e Marcelliano, Cosma e Damiano, Agata, Serafino, Fedele di Sigmaringa, Pietro, Donato, Tiburzio e S. Giovanni I abate
Datazione Sec. XVIII - XIX
Tipo: (R) Reliquie
Inventario: R134
Vecchio inventario:
Tecnica: Ritaglio, saldatura, cesello, incollaggio
Descrizione: Teca ovale d'argento costituita dal contenitore anteriore (manca il coperchio posteriore) con cornice lavorata a lobi, falda e vetro. Racchiude un vassoietto di cartoncino ricoperto di seta rosa e bianca, con cornice e divisioni a volute di carta dorata e colorate di rosso sulle coste, sul quale sono incollate le reliquie ed i cartigli con le iscrizioni manoscritte: 1) S. Cosmae M.  2) S. Damiani M. 3) S. Marci M. 4) S. Marcelliani M. 5) S. Thimot. M. 6) S. Seraphini 7) S. agatae V.M. 8) S. Fid. a Sigm. M. 9) S. Donati M. 10) S. Tiburtii M. 11) S. Jo. I. ab. M. 12) S. Petri M..
Dalla fede di autenticità redatta dal vescovo di Fidenza Pietro Grisologo Basetti (inv. n. G66), si evince che le reliquie erano già state riconosciute dal predecessore Alessandro Garimberti.
GG
Descrizione:

Note storiche
Cosma e Damiano
Poco si sa della loro vita. Li ricorda il Martyrologio Romano, ispirandosi a una narrazione che vuole Cosma e Damiano nati in Arabia. Fratelli, e cristiani, che dopo aver studiato l’arte medica in Siria, per invito dello Spirito Santo, si dedicarono alla cura dei malati senza farsi pagare. Di qui il soprannome di anàrgiri (termine greco che significa “senza argento”, “senza denaro”). Questa attenzione ai malati il loro strumento d'apostolato e l’opera di proselitismo costò loro la vita. Furono martirizzati insieme con altri cristiani in un anno imprecisato del regno dell’imperatore Diocleziano (tra il 284 e il 305, forse nel 303). Il governatore romano li sottopose a tortura e poi li fece decapitare a Ciro, città vicina ad Antiochia di Siria, dove furono sepolti. Un’altra narrazione dice che furono uccisi a Egea di Cilicia, in Asia Minore, per ordine del governatore Lisia, e poi traslati a Ciro. Ma la voce di Teodoreto, vescovo di Ciro - uno dei grandi protagonisti delle battaglie dottrinali nel V secolo - parla di loro, con ammirazione e affetto di concittadino, definendoli "illustri atleti e generosi martiri".
Informazioni abbondanti si hanno sul culto che ebbero già poco tempo dopo la morte: dedicazione di chiese e monasteri a Costantinopoli, in Asia Minore, in Bulgaria, in Grecia, a Gerusalemme. La loro fama giunse rapida in Occidente, partendo da Roma, con l’oratorio loro dedicato da papa Simmaco (498- 514) e con la basilica voluta da Felice IV (526-530). I loro due nomi sono stati pronunciati infinite volte, ogni giorno a partire dal VI secolo, nel Canone della Messa, che dopo gli Apostoli ricorda dodici martiri, chiudendo l’elenco appunto con i loro nomi. La loro memoria è il 26 settembre.
Marco e Marcelliano
Il Martyrologio Romano recita: «18 giugno - A Roma, sulla via Ardeatina, il natale dei santi Martiri Marco e Marcelliano fratelli, i quali nella persecuzione di Diocleziano, dal Giudice Fabiano presi e legati ad un tronco, furono trafitti nei piedi con acuti chiodi, e perchè non cessavano di lodare Cristo, furono trapassati con lance nei fianchi, e colla gloria del martirio passarono al regno celeste.» Le loro reliquie, unitamente a quelle di Tranquillino, loro presunto padre, e di Felice e di Vittore, sono custodite all’altare in fondo alla cripta dei Ss. Cosma e Damiano sulla Via Sacra. La Passio Sebastiani ci tramanda che Marco e Marcelliano erano fratelli e pochi giorni prima del martirio furono ordinati diaconi da papa Caio. Furono sepolti vicino a papa Damaso nel cimitero di Basileo, luogo ancora oggi non identificato. Nel 1583 i resti furono ritrovati sepolti nell’angolo sinistro della chiesa dei Ss. Cosma e Damiano. Per custodirne i corpi fu consacrato un altare, al quale Gregorio XIII concesse l’Indulgenza Plenaria. Il 10 dicembre del 1949 venne eseguita la ricognizione di queste reliquie, prendendo atto che parte di esse erano state donate alla chiesa di Forme (Aquila), dove i santi sono venerati come Patroni. Loro resti sono anche dentro l’urna di porfido dell’altare maggiore di S. Nicola in Carcere. Parte d'un braccio di Marcelliano è conservato in un reliquiario d’argento del XIII secolo nella chiesa di S. Maria in Campitelli. Secondo una tradizione si vorrebbero loro reliquie anche nella chiesa di S. Medardo a Soissons.
Timoteo
Nel Martyrologio Romano si legge: «24 marzo - A Roma i santi Martiri Marco e Timoteo, coronati col martirio sotto l'Imperatore Antonino» (Antonino Pio, 138-161). Le reliquie si reputavano, nel XVIII secolo, a S. Pudenziana al Viminale e in altre chiese dell’Urbe. Un altro martire con questo nome, si festeggia il 20 maggio.
Serafino (?)
Agata (vedi inv. n. R44)
Fedele di Sigmaringa (vedi inv. n. R62)
Donato
Il Martirologio Geronimiano lo ricorda il 12 dicembre con Ermogene e altri ventidue compagni, sotto la generica indicazione topografica: "in alio loco". Dal Geronimiano passarono nel Martirologio di Lione, quindi in quello di Floro e, attraverso gli altri martirologi storici, anche nel Romano. Sembra però che si tratti di un gruppo fittizio. Ermogene, infatti, ricordato anche nei giorni 6 e 9 dicembre, apparterrebbe, secondo il Delehaye, al gruppo di Mena, Ermogene ed Eugrafo (v.), venerato dai Greci il giorno 10. Donato è un nome molto comune in Africa. Il numero XXII, per i compagni, sarebbe invece una corruzione del numero LXII, cioè quello dei soldati martiri romani, venerati nel cimitero di Trasone a Roma il giorno 11 dicembre.
Tiburzio
Nel Martyrologio Romano è scritt «11 agosto - A Roma, tra i due Lauri, il natale di san Tiburzio Martire, il quale, sotto il Giudice Fabiano, nella persecuzione di Diocleziano, poichè, camminando a piedi nudi sopra carboni ardenti, confessava Cristo con maggior costanza, fu fatto condurre fino a tre miglia fuori di Roma ed ivi uccidere con la spada.» Fu sepolto nel Cimitero dei Ss. Pietro e Marcellino sulla via Labicana ed è ricordato dagli Itinerari del VII secolo. Sulla tomba fu costruito un oratorio (o un’altare nell’oratorio di S. Elena), restaurato dal papa fondatore di S. Apollinare, Adriano I. Parte del corpo, proveniente dalla chiesa di S. Saba, è conservata all’altare maggiore di S. Apollinare. Il Liber Pontificalis lo vuole, invece, traslato da Gregorio IV, insieme a Gorgonio, all’Oratorio di S. Gregorio Magno in S. Pietro.
Altro martire con lo stesso nome è il fratello di Valeriano, marito di S. Cecilia.
Giovanni
Nacque a Parma in una famiglia nobile. Fu presbitero e canonico della Cattedrale. Più volte pellegrino in Terrasanta, a Gerusalemme vestì l'abito monastico. Il vescovo Sigefredo lo scelse come primo abate del Monastero benedettino di San Giovanni Evangelista da lui fondato (983). Alla fondazione partecipò l'abate Maiolo di Cluny, nelle cui consuetudini riformatorie si colloca all'inizio la nuova fondazione, stabilendo la libera elezione dell'abate da parte dei monaci e la lotta agli usi simoniaci. Da abate, ogni anno si recò pellegrino a Roma. Dopo sette anni di guida abbaziale, morì il 22 maggio, probabilmente nel 990. Eletto patrono di Parma il 2 giugno 1534, la sua festa è già ricordata nel calendario parmense del sec. XIV. Fin dall'istituzione di un calendario diocesano, con la riforma tridentina, S. Giovanni abate è celebrato in tutta la diocesi il 22 maggio.
Pietro
Sono molti i martiri con questo nome ed è impossibile identificarlo con la sole indicazioni del cartiglio e della fede d'autenticità, anche se è probabile si possa trattare di Pietro da Verona, martire domenicano, che si ricorda il 4 maggio (vedi inv. n. R270).

Misure: 5,39 x 4,53 x 0,95 cm
Stato Conservazione: Discreto
Acquisizione: Deposito
Provenienza: Cattedrale di Fidenza
Esposizione: No
Epoca: Sec. XVIII - XIX
Peso: 16,8 gr


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