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Reliquie dei Ss. Faustino e Giovita martiri
Datazione Sec. XX
Tipo: (R) Reliquie
Inventario: R74
Vecchio inventario:
Materiale: Argento, vetro, cartoncino, velluto, filo dorato, carta, cera lacca
Tecnica: Formatura al tornio, saldatura, taglio, incollaggio
Descrizione: Teca circolare d'argento costituita da un contenitore anteriore, con cornice falda e vetro, e da un coperchio posteriore con falda e munito di occhiolo di sospensione. Racchiude un vassoio di cartoncino, ricoperto di velluto bordeaux e orlato di tessuto dorato, sul quale sono incollate le due reliquie con i relativi cartigli che portano le iscrizioni a stampa: 1) S. Iovitae M. B. 2) S. Faustini M. B.
Sul verso del vassoietto, ricavato da un calendario stampato, vi è il sigillo ceruleo della Chiesa bresciana consistente in un ovale con le immagini dei due santi patroni e sul margine l'iscrizione: ECC[LES]IA BRIXI[ENSIS] DEFENS.
Deriva probabilmente dalla parrocchia di S. Faustino e Giovita di Fidenza, sino alla metà degli anni '50 del Novecento ospitata nella chiesa di S. Antonio abate ed ora aggregata alla Cattedrale.  
GG
Descrizione: Note storiche
La Legenda maior racconta che erano figli d'una nobile famiglia pagana di Brescia. Entrati nell'ordine equestre divennero cavalieri, ma attratti dal Cristianesimo, dopo lunghi colloqui con il vescovo sant'Apollonio, chiesero e ottennnero il battesimo.
Si dedicarono all'evangelizzazione delle terre bresciane e per il loro zelo il vescovo Apollonio nominò Faustino presbitero e Giovita diacono. Il successo della loro predicazione li rese invisi ai maggiorenti della città che, approfittando della terza persecuzione voluta da Traiano, invitarono il governatore della Rezia, Italico, ad eliminare i due fratelli col pretesto del mantenimento dell'ordine pubblico. La morte di Traiano ritardò però i piani del governatore, che approfittando della visita del nuovo imperatore Adriano a Milano denunciò i due predicatori come nemici della religione pagana. L'imperatore preoccupato autorizzò Italico a perseguitarli. Furono minacciati di decapitazione e fu chiesto loro di abiurare e di sacrificare agli dei, ma si rifiutarono e furono incarcerati. L'imperatore Adriano, rientrando in Italia da una campagna militare nelle Gallie, si fermò a Brescia e Italico lo coinvolse direttamente nella questione. L'imperatore stesso chiese ai giovani il sacrificio al dio sole. I giovani non solo si rifiutarono ma danneggiarono anche la statua del dio. L'imperatore ordinò allora che fossero dati in pasto alle belve nel circo, ma queste si accovacciarono mansuete ai piedi dei giovani e Faustino approfittò dell'occasione per chiedere la conversione degli spettatori, che in molti avrebbero proclamato la loro fede al Cristo, e fra loro, Afra, moglie di Italico, che fu poi anch'essa martirizzata, e Calocero, ministro del palazzo imperiale e comandante della corte pretoria. Ciò irritò ancor più l'imperatore che ordinò che i giovani fossero scorticati vivi e messi al rogo, ma le fiamme non lambirono nemmeno le loro vesti. Furono allora condotti in carcere a Milano, perché le conversioni a Brescia continuavano ad aumentare. A Milano vennero nuovamente torturati e subirono il supplizio dell'aculeo, ma anche in questa prigionia successero eventi miracolosi, come l'uscita dal carcere dei due per incontrare e battezzare san Secondo.
Trasferiti a Roma, furono portati al Colosseo e nuovamente le belve si ammansiscono ai loro piedi. Inviati a Napoli per nave, durante il viaggio sedarono una tempesta. Nuovamente torturati a Napoli e abbandonati in mare su una barchetta, gli angeli li riportarono a riva. L'imperatore ordinò allora il loro rientro a Brescia dove il nuovo prefetto eseguì la sentenza di decapitazione il 15 febbraio, poco fuori di porta Matolfa. Sepolti nel vicino cimitero di San Latino, dove il vescovo Faustino (altro santo con lo stesso nome) costruì la chiesa di San Faustino ad sanguinem, poi Sant'Afra e oggi Sant'Angela Merici.
Alcune reliquie sono conservate nella basilica dedicata ai due martiri, ma di storico vi è sarebbe soltanto l'esistenza dei due giovani convertiti, annoverati tra i primi evangelizzatori delle terre bresciane e morti martiri tra il 120 e il 134, al tempo di Adriano. Questo imperatore molto probabilmente non li conobbe mai e, da quanto risulta, non ordinò mai direttamente una persecuzione, ma semplicemente non intervenne per impedire quelle nate nei vari angoli dell'impero. Il culto dei due martiri si diffuse verso l'VIII secolo, periodo in cui fu scritta la leggenda, prima a Brescia e poi per mezzo dei longobardi in tutta la penisola ed in particolare a Viterbo. Il loro patronato su Brescia fu confermato anche a causa d'una visione dei due santi che combattevano a fianco dei bresciani contro i milanesi nello scontro decisivo che fece togliere l'assedio alla città, il 13 dicembre 1438.
Il Martyrologio Romano recita al 15 febbraio: "A Brescia il natale dei santi Martiri Faustino e Giovita, fratelli, i quali sotto l'imperatore Adriano, dopo molti illustri combattimenti sostenuti per la fede di Cristo, ricevettero la vittoriosa corona del martirio". Gli estensori del nuovo calendario hanno però espresso questo severo giudizio: "La memoria dei Ss. Faustino e Giovita, introdotta nel Calendario romano nel sec. XIII, viene cancellata: si tratta dei martiri bresciani Faustino e Giovenza, dei quali si possiedono degli Atti interamente leggendari; in essi Giovita viene ritenuto diacono, benché fosse una donna".
Misure: 6,66 x 5,72 x 1,86 cm
Stato Conservazione: Buono
Acquisizione: Deposito
Provenienza: Palazzo vescovile di Fidenza
Esposizione: No
Epoca: Sec. XX
Peso: 47,5 gr


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