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Reliquia di S. Antonio abate
Datazione Secc. XVIII-XIX
Tipo: (R) Reliquie
Inventario: R235
Vecchio inventario:
Materiale: Argento, vetro, cartoncino, seta, filo argentato, carta, cera lacca
Tecnica: Saldatura, taglio, doratura, incollaggio
Descrizione: Teca ovale d'argento - composta da un contenitore posteriore, munito di falda e cornice di fondo che trattiene un vetro, e di coperchio anteriore con falda e cornice decorata da lamine e fili ritorti con vetro - nella quale è inserito un vasoietto di cartoncino, con cornice ovale dipinta nel fondo e con volute di carta dorata sulle coste e decorata da una spirale di filo argentato all'interno dell'ovale centrale, nel quale è incollata la reliquia. Il cartiglio ha l'iscrizione manoscritta: S. Antonii Ab.
Sul verso, sopra il vetro, vi è il sigillo del vescovo di Fidenza Luigi Sanvitale che indica probabilmente una ricognizione della reliquia, il cui contenitore è certamente più antico.
GG
Descrizione: Note storiche
Del monaco più illustre della Chiesa antica, morto ultra centenario (356), ci è pervenuto uno dei più begli esempi di biografia. Ne è autore S. Atanasio, che di Antonio fu amico e discepolo. Questi non ha trascurato alcun particolare che potesse illuminare sulla personalità, le abitudini, il carattere, le opere e il pensiero del caposcuola del monachesimo. Nato a Come, in Egitto, nel 250 circa, a vent'anni abbandonò ogni cosa per seguire alla lettera il consiglio di Gesù: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che hai...". Si rifugiò dapprima in una plaga deserta e inospitale tra antiche tombe abbandonate e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse per ottant'anni vita d'anacoreta. Se di questa esperienza non fu l'iniziatore, ne fu l'esempio più insigne. Pur non avendo redatto alcuna regola di vita monastica o aver incoraggiato altri a seguirlo nel deserto, esercitò un grande influsso dapprima tra i suoi conterranei, e poi in tutta la Chiesa. Il richiamo della sua straordinaria avventura spirituale si propagò a tal punto che da tutto l'Oriente monaci, pellegrini, sacerdoti, vescovi, e anche infermi e bisognosi, accorsero a lui per ricevere consigli o conforto. Lo stesso Costantino e i suoi figli si mantennero in contatto con l'anacoreta, che pur prediligendo la solitudine e il silenzio, non si sottrasse ai suoi obblighi di cristiano impegnato. Due volte lasciò l'eremitaggio per recarsi ad Alessandria: la prima sapendo che la sua presenza avrebbe infuso coraggio ai cristiani perseguitati da Massimino Daia. La seconda, dietro invito di S. Atanasio, per esortare i cristiani a mantenersi fedeli alla dottrina sancita nel concilio di Nicea (325).
Famose sono le tentazioni che turbarono la sua solitudine nel deserto e che fornirono ai pittori il pretesto per ritrarlo tra donne procaci: si racconta che Antonio fu bersaglio di molteplici tentazioni del maligno che gli appariva sotto sembianze angeliche, umane e bestiali. Santo umanissimo, pur nell'austera immagine dell'anacoreta, è stato veneratissimo come protettore degli animali domestici. È inoltre patrono degli eremiti, dei monaci e dei canestrai. La chiesa lo ricorda il 17 gennaio.
Misure: 3,25 x 2,5 x 0,82 cm
Stato Conservazione: Discreto
Acquisizione: Deposito
Provenienza: Parrocchia dei Ss. Cipriano e Giustina di Stagno Parmense
Esposizione: No
Epoca: Sec. XVIII - XIX
Peso: 5,9 gr


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